INFORMAZIONI SU QUESTO LIBRO-BLOG
Questa storia narra di dieci anni vissuti da Katia e da Giuliano.
Il racconto è un "binario", costruito a "doppi capitoli", scritti individualmente dai due autori.
Ogni anno raccontato, dal 2003 al 2013, racchiude cinque capitoli, al termine dei quali,
si conclude un paragrafo e sono pubblicate delle immagini inerenti gli stessi capitoli.
Il libro, nel suo complesso, avrà pertanto 10 paragrafi, composti da 5 doppi capitoli ciascuno.
La pubblicazione di ogni nuovo capitolo avviene senza un tempo determinato, essendo attualmente in fase di creazione.
p.s.: non possiamo essere responsabili della traduzione tramite google che, purtroppo, risulta NON essere completamente compatibile con il testo originale in lingua italiana.
contatto:emaildiecianni@gmail.com
Grazie per seguirci.
Katia & Giuliano
domenica 11 maggio 2014
domenica 4 maggio 2014
lunedì 21 aprile 2014
lunedì 14 aprile 2014
domenica 6 aprile 2014
IMMAGINI 2005 - GIULIANO
capitolo 11
LA SEDE IN BRASILE
..."Era stata abbandonata da tempo dagli ultimi inquilini
e qualcuno l’aveva svuotata di ogni cosa,
dai lavandini alla doccia.
Non c’era più nulla."...
capitolo 12
PROGETTI
..."Così entrò in scena Pierina, il suo pagliaccio,
con naso e vestito rossi, le scarpe grandi,
il trucco e la parrucca arancione."...
capitolo 13
SOTTO IL CIELO DI ATIBAIA
"...fotografai politici, bambini orfani, assessori, ragazze madri,
persone miti, violente, padri e figli, fotografai tutti coloro che volevano esserci,
spazzini, muratori, casalinghe, donne molto ricche, donne senza nulla,
tutti sorridendo, tutti donatori."
capitolo 14
INCONTRI
..."Quelle luci mi chiesero di essere raccolte ed io, da fotografo,
dovevo trovare o inventare nuovi mezzi per poterlo fare."
capitolo 15
CINQUE VOCI
..."E arrivò il giorno di “Cinque voci dal Brasile” che portò a Genova,
nella sua piccola esposizione, il colore ed il suono del Brasile che avevo conosciuto."
sabato 5 aprile 2014
IMMAGINI 2005 - KATIA
capitolo 11
LA SEDE IN BRASILE
..."Il bagno, fu una parte speciale da rifare.
Era piccolo e tutto nero, la muffa e lo sporco lo rendevano claustrofobico.
Con piastrelle raccolte per strada, facemmo un mosaico sulle sue pareti."...
capitolo 12
PROGETTI
..."Io-pagliaccio, con il naso dipinto di rosso, con le buffe scarpe
che avevo comprato a Genova e un secchio, camminavo davanti a loro."...
capitolo 13
SOTTO IL CIELO DI ATIBAIA
..."Avevo anche scritto tutte le lettere che non sono mai state spedite."...
capitolo 14
INCONTRI
..."Per visitare le donne cucitrici e i loro numerosi figli, era necessario passare in mezzo alla grande discarica Municipale della spazzatura, attraversare una nuvola di polvere e puzza, deviare intorno a un mucchio di detriti, saltare le fogne a cielo aperto, salvarsi da ladri o da altri pericoli, per finalmente trovare i bambini che giocavano in mezzo agli avvoltoi, ai cani randagi e le loro madri, davanti alle loro “case/baracche”."...
capitolo 15
CINQUE VOCI
..."Lì c’erano insieme il sogno della ceramista di una piccola città, le aspirazioni di un giovane pittore e del suo vecchio padre, la riconoscenza che perseguitava un ambizioso artista già rinomato, la produzione artigianale realizzata dalle cucitrici della favela, le bambole di tessuto create da madri-bambine di un’Entità di accoglienza, i disegni dei bambini degli orfanotrofi e le loro fotografie."...
domenica 9 marzo 2014
Capitolo 15 – cinque voci
Capitolo 15 – cinque voci
Ritorno in Italia.
Nel mese di giugno, dopo la mia
seconda permanenza in Brasile, dopo 3 mesi tondi tondi ritornai a Genova.
Così lasciai Katia ad Atibaia e
lasciai Atibaia a Katia.
Eravamo d’accordo che mi avrebbe
raggiunto in Italia nel mese di ottobre.
E mentre lei coltivava la nostra semina io andavo a
seminare altrove, in attesa di ritrovarci nuovamente per raccogliere i frutti e
seminare ancora.
Ero dunque a Genova, al telefono
del solito phone center per stranieri, quando Katia mi raccontava emozionata
della continuazione dei nostri progetti.
Erano proseguite le presentazioni del teatro itinerante,
con i nostri amici volontari, negli orfanotrofi e per le strade di quartieri
carenti, poi altri corsi di disegno, un corso di lingua italiana e un convegno
pubblico sull’importanza dell’arte nell’educazione e nella Cultura.
Intorno a lei si muoveva
l’energia che avevamo rimescolato in tutti i mesi trascorsi insieme, una specie
di onda che non si fermava, grazie a lei che la continuava a tener viva.
E in Italia amici di altre parti
d’Italia si unirono a noi creando visibilità a darearte e a Genova aumentavano adesioni e la partecipazione
di chi mi incontrava per la prima volta.
Si parlava di darearte nei vicoli del centro storico e in un paio di teatri
di Genova, dove si realizzarono eventi promozionali.
Insomma, un fermento, anche se
molto modesto, era fiorito e avevo la sensazione che sarebbe potuto crescere.
“Cinque voci dal Brasile” fu il titolo dell’esposizione che inventai per
quello che sarebbe stato un altro progetto di interscambio attraverso l’Arte e
la Solidarietà.
Organizzai tutto in previsione
dell’arrivo delle 15 opere dal Brasile che, non avendo avuto appoggio economico
di nessuno, avrebbe portato Katia a mano e a nostre spese, nel suo lungo e
faticoso viaggio in Italia.
Non ci facemmo problemi
nell’affrontare e risolvere la questione del trasporto, sapevamo che ne sarebbe
valsa la pena e che, in chissà quale modo, ne saremmo stati ricompensati.
Nel mese di ottobre Katia arrivò
all’aeroporto di Milano, dove mi trovò ad attenderla, per accompagnare sia lei che le 15 pesanti
opere dei 5 Atibaiensi a Genova.
Anche questa volta stentai per qualche attimo a
riconoscerla.
Forse la distanza tra le persone trasforma qualche
dettaglio, che poi la nostra mente cerca di ricomporre più o meno rapidamente,
chissà.
Comunque ci ritrovammmo nuovamente a fianco, questa volta
in Italia, con l’impegno di creare un’esposizione artistica che avrebbe dato
continuità alla creazione del nostro metaforico ponte tra i nostri due Paesi.
E arrivò il giorno di “Cinque
voci dal Brasile” che portò a Genova, nella sua piccola esposizione, il colore ed il suono del Brasile che
avevo conosciuto.
Non so dire quanto questo fosse
stato recepito, ma le congratulazioni furono molto sentite, pertanto mi affido
a queste.
Nella grande sala espositiva si trovavano, riunite in
cerchio, le opere dei 5 artisti brasiliani e una didascalia dedicata, che li
rappresentava individualmente.
Al centro vi era un monitor che
proiettava il video che avevo realizzato appositamente per loro, le loro
interviste, le loro voci.
Per darearte era indissolubile il connubio di solidarietà e arte
e mai avremmo creato un progetto che non fosse stato formato basicamente con
questi due ingredienti, per questo in un’altra sala avevamo allestito una
seconda esposizione, quella dedicata ai bambini.
L’intervistatore di rai tre era simpatico e sorridente, relativamente giovane e
di certo ambizioso nella sua carriera professionale e, con la sua piccola
equipe, ci intervistarono per un servizio del telegiornale, che permise alla
mostra di avere visibilità e a noi di apparire in televisione.
A volte si fanno certe cose senza
saperne esattamente il fine e, li per lì, ne inventiamo uno generico per
motivare il nostro fare.
Infatti supposi che l’intervista
di rai tre avesse il fine di ottenere
una maggior risposta di pubblico per la mostra ma, scoprii solo dopo, fu in
realtà come lanciare un sasso in uno stagno che, con l’effetto delle sue onde nell’acqua,
avrebbe spostato inevitabilmente qualcosa.
E non potevamo avere certezza di cosa fosse quel
“qualcosa” e nemmeno avremmo potuto immaginarlo, in quei giorni.
Nella data stabilita della messa
in onda di quel servizio, eravamo insieme davanti al televisore come si assiste
alla finale dei mondiali, curiosi di sapere chi fossimo noi stessi attraverso
occhi di altri.
La realtà è anche un punto di
vista, sempre diverso, e dipende da chi la osserva.
Fu una sorpresa vederci parlare del nostro mondo, della nostra realtà, su quello schermo e forse avremmo potuto dire molte cose infatti, in quel momento, credetti di aver perso un’occasione.
Fu una sorpresa vederci parlare del nostro mondo, della nostra realtà, su quello schermo e forse avremmo potuto dire molte cose infatti, in quel momento, credetti di aver perso un’occasione.
Ma, come mi suggerisce un mio
intimo Amico, le occasioni non esistono.
Conclusa l’esposizione, avvertii
la sensazione che l’interscambio poteva e voleva crescere.
Potevo esserne parte continuando
a cavalcare l’onda, oppure tirarmi di lato abbandonando il gioco.
Ma penso che, generalmente e
spesso, le scelte non siano connesse al nostro reale desiderio.
Dunque andare avanti era una
logica naturale, ovvia.
E ormai giunti alla conclusione
del 2005, si intravedeva un nuovo anno, con il suo nuovo ciclo e i suoi nuovi
labirinti da percorrere.
Trascorsi la fine dell’anno per
la seconda volta con Katia, insieme dentro casa, distruggendo piatti vecchi sul
pavimento della cucina come forma di un insano rituale, e credo proprio che il
suo effetto sia stato davvero efficace e curiosamente simile a ciò che avremmo
vissuto poi, nell’avventura dell’anno che stava per nascere.
Giuliano
Capitolo 15: cinque voci
Capitolo 15: cinque voci
Era notte.
Finalmente era arrivato il
momento di buttare per aria le mie scarpe, lasciare che le preoccupazioni, i
compiti e gli affanni del giorno scivolassero via con l’acqua della doccia, per
poi infine spegnere tutte le luci di casa e spalancare la finestra per far
entrare il chiaro della luna.
Dalla mia stanza, ora tutta di
colori argentei, si vedevano le stelle.
Quanto più ferma restavo a
contemplare la notte, più si percepiva quanto tutto fosse in movimento.
Provavo l’emozione infinita di
essere partecipe a questo viaggio spaziale.
E’ da quando ero piccola, che
nutro il piacere di guardare il cielo stellato.
Quanta allegria e paura provavo
solo nel pensare a tutte quelle storie sulle galassie lontane, stelle che ormai
sono già morte ma che ancora vediamo, pianeti di gas e così via... inoltre
avevo il sentimento primitivo, che forse avevo appreso da un Brasile antico e
magico, di essere integrata a quel vasto universo.
Purtroppo la mia (quasi) assenza di logica ed incapacità di
capire la matematica, non mi ha mai permesso di capire l’astronomia.
La scienza, ormai, era fuori mano; al limite sarei potuta
diventare una “curandeira”, ossia una
donna capace di guarire tramite cose invisibili, come l’arte.
Comunque sia, la passione per il cielo stellato non l’ho mai persa e adesso avevo la solitudine necessaria per goderla.
Comunque sia, la passione per il cielo stellato non l’ho mai persa e adesso avevo la solitudine necessaria per goderla.
Per fortuna dovevo dormire sola
nella sede darearte, un obbligo di presenza, altrimenti avrebbe seguito il
destino di tutte le case disabitate: sarebbe stata invasa o saccheggiata.
Cose che accadono nei Paesi in
via di sviluppo.
Nonostante avessi una grande
mancanza di quell’uomo, tutto quel tempo a mia disposizione fu una vera
benedizione e mi stava rinforzando e nutrendo, come fa un concime per una
pianta.
Erano già passati tre mesi della
partenza di Giuliano e me la cavai benissimo, ma proprio l’ultimo mese d’attesa
fu terribilmente difficile da sopportare.
Nessun ricamo, cucito, dipinto,
stella e nessuna delle tante attività che solitamente mi tenevano occupata per
quasi tutta la giornata, da domenica a domenica, erano state capaci di
alleggerire quel vuoto improvviso.
Non avevo voglia di aspettare
quegli ultimi trenta giorni che restavano, era sparita la pazienza e la
serenità.
Cercai nella mia valigia di
medicinali e fu allora che il Teatro venne in mio soccorso.
Feci un monologo-clown a
vantaggio dell’associazione, ma soprattutto lo creai per calmare quel dolore
dell’attesa.
Condividevo le mie goffe difficoltà
e celebravo il mio amore per Giuliano e alla nuova vita che stavo vivendo dopo
il suo incontro.
Molti furono gli applausi per
quello spettacolo e, come ormai di consuetudine, ne fecero un articolo che uscì
sul giornale.
Ma intravidi i primi segni di una
velata ostilità.
Cominciavo ad essere troppo,
troppo in vista e per oscure ragioni, naturali nella mia piccola città, questo
era molto sconveniente.
Sentii che stavo diventando una
figura scomoda e difficile da inquadrare (o da sopportare).
In quel luogo, per tradizione,
era stato tramandato da generazione a generazione l’idea dell’inutilità della
luce sopra l’oscurità, della creatività sopra la sofferenza e principalmente
della fraternità e dell’amore come fondamenta per la Vita.
In quel momento ero molto
condizionata dal pensiero comune, al punto di crearmi una grande angoscia e
amarezza.
Non avevo ancora vissuto certe
esperienze “illuminanti”, tali da capire che non importava il luogo dove fossi
nata, né l’eredità negativa che potevo aver ricevuto, perché comunque, alla
fine, potevo cambiare la mia vita.
Oggi l’ho scoperto, ma in quei
giorni piansi amaramente e diventai vecchia prima dal tempo.
A prescindere dalle lacrime, il
tempo generosamente mi portò il giorno tanto atteso.
Il giorno del mio ritorno in
Italia.
Diversamente dall’ultima volta
controllai il biglietto aereo più e più volte.
E mi preoccupai di controllare di
avere scarpe e vestiti adatti all’inverno.
E la mia valigia era molto
diversa da quella precedente, piena di oggetti inutili e sogni fluttuanti,
adesso nel mio bagaglio c’erano tutte le opere degli artisti brasiliani, di
Atibaia.
Ora portavo il Loro sogno
fluttuante!
E per questo dovevo avere doppia
attenzione.
Questo secondo viaggio a Genova
fu molto significativo, sotto tutti gli aspetti.
Quel ritorno in Italia era il
risultato concreto del grande e veloce sviluppo dell’associazione, del mio
lavoro personale ed anche della forza del mio legame con Giuliano.
Quel viaggio era come un raggio
di luce nella mia vita, ma quando si illumina qualcosa con un faro, un’altra
parte rimane inevitabilmente nel buio.
E cosi fu.
Sentivo molta allegria ma non
riuscivo ad ignorare, attorno a me, la crescente nuvola di disapprovazione e dispiaceri.
Dalle persone lontane alle
persone vicine, avvertivo lo stesso sentimento color giallo- ruggine, nascosto
sotto le loro parole di congratulazioni.
Volevo alleggerire i loro
dispiaceri, sinceramente, ma non sapevo come e non avevo ancora nessuna
saggezza.
Sarei dovuta essere tutt’altra
cosa, per essere accettata, e per fortuna non ci provai.
Semplicemente non ci pensai più:
dovevo assolutamente rivedere Giuliano e mangiare le mie olive nere.
Credo che le olive nere risolvano
tutti i conflitti inutili, perché insegnano ad amare la vita, sopra ogni cosa.
L’imbarco con tutte le opere
d’arte fu davvero faticoso, ma l’aspettativa dell’arrivo in Italia alleggeriva
tutto.
All’andata sembravo volare, con
quel pesante carico, mentre al ritorno in Brasile quel bagaglio sarebbe
diventato più pesante del necessario.
Arrivai a Milano senza nessun
incidente, con lo stupore di quell’uomo che da me si aspettava di tutto.
Mi incontrò alla Stazione
Centrale e condivise con me il calvario di dover trasportare tutte le quindici
opere in treno fino ad Genova.
E furono due, i treni che dovemmo
prendere.
Finalmente arrivati a casa,
sembravamo invecchiati di cent’anni.
Ma dopo pochi attimi, eravamo già
rinvigoriti, felici di rivederci.
Il giorno dopo lui mi portò al
mare, anche se era già ottobre e la stagione calda era finita.
Ero tanto felice di rivedere Genova, che entrai in mare
completamente vestita, per salutarlo nelle sue gelide acque.
Adesso avevo imparato a
relazionarmi con quella Città e non avevo più tanta paura. Forse era più una
premura e rispetto al suo cospetto stregato.
E lo stesso valeva per
quell’uomo.
Adesso stavo imparando come
muovermi dentro la sua vita.
Quella vita simile ai carruggi
genovesi, fatta di lunghi labirinti, con vie bellissime, misteriose, brutte,
buie e anche proibite.
Comunque sia avevo la distrazione
tipica dell’amore, e quella mi faceva andare avanti, aprire tutte le porte,
voler conoscere ogni angolo vietato anche a costo di trovare spesso il dolore.
Non mi sono mai pentita di
questo.
Credevo, e continuo a credere
nell’amore come forza capace di sostenerci anche davanti alla visione più
brutta del mondo.
La mostra d’arte fu un successo,
arrivò perfino la TV Rai3 a farci
un’intervista promozionale, ed eravamo molto felici.
La nostra maggiore gratificazione
non era individuale, ma dovuta alla consapevolezza che quello era un successo
collettivo!
Lì c’erano insieme il sogno della
ceramista di una piccola città, le aspirazioni di un giovane pittore e del suo
vecchio padre, la riconoscenza che perseguitava un ambizioso artista già
rinomato, la produzione artigianale realizzata dalle cucitrici della favela, le
bambole di tessuto create da madri-bambine di un’Entità di accoglienza, i
disegni dei bambini degli orfanotrofi e le loro fotografie.
Dare a tutti una possibilità,
portarli in un altro Mondo, aldilà del mare, per fare in modo che a casa loro
possano essere rivalutati, ascoltati e valorizzati.
Per noi era questo che muoveva
profondamente le nostre azioni e alleggeriva le nostre fatiche.
Senza questo, chi ce lo faceva
fare?
L’anno finì, bello come era
arrivato.
A breve sarei ritornata in
Brasile e non intendevo rimanere nemmeno un secondo di più di quello previsto
dalla Legge Italiana!
Non avrei sopportato essere di
nuovo “clandestina”.
Dovevo andare via, anche se era
bellissimo condividere la Vita con quell’uomo.
Tutti gli istanti erano
particolari, dai piccoli ai grandi momenti, e solo a vederlo leggere un
giornale riempiva di farfalle il mio giorno.
E poi Giuliano era un vulcano di
idee e voleva realizzarle tutte.
Aveva già in mente un
interscambio di artisti, trenta artisti brasiliani e trenta italiani da
realizzare ad Atibaia, aveva proposto all’Istituto Italiano di Cultura di
realizzare la mostra: Sotto il cielo: Nuvole di Genova a Sao Paulo e
nella sua pentola c’era sempre un gran bollire.
Per questo era necessario che io
ritornassi al più presto, per organizzare tutto e ricominciare le attività
dell’associazione prima del suo arrivo dove, insieme, avremmo creato altre decine di progetti.
Mi dispiaceva lasciarlo ma, in fondo,
sentivo un’inconsueta allegria, perché ritornavo alle mie serate solitarie e a
guardare il cielo stellato.
Katia
domenica 2 marzo 2014
Capitolo 14 - incontri
Capitolo 14 - incontri
Un vecchio artista mi stava
aspettando.
Chiuso in sé, come un riccio di
80 anni suonati, se ne stava lontano da tutto e tutti nella sua casa non
lontano dal centro di Atibaia.
Sua moglie, giapponese, non
parlava praticamente mai e si esprimeva con estrema gentilezza e ospitalità.
Come un’anziana geisha.
Il loro figlio, affetto da
disturbi di natura psicologica, è un poeta riconosciuto e premiato.
Il vecchio artista, disegnatore
di fumetti in pensione, alla sua epoca famoso in Montevideo in Uruguay, si
ritrovò ad Atibaia in Brasile ad esser dimenticato come artista, come il grande
creativo quale era stato nel passato.
I pesanti conflitti con la sua
Atibaia lo avevano portato a chiudersi, fino a scomparire dal ricordo di se
stesso.
Ho ben vivo in me il momento che
mi trovai nel suo atelier, a registrare con una piccola telecamera un racconto
della sua vita.
In quei momenti era tornato
ragazzo, giovane, vivo.
Stava rivivendo quei giorni della
sua gioventù intensamente, come fosse il suo presente e sembrava che mai
nessuno fosse entrato tanto a fondo, nei suoi ricordi. Soprattutto un estraneo.
Ed io, estraneo straniero, ero
nel suo atelier ad ascoltare la sua voce, il suo portoghese con marcato accento
spagnolo e a registrare tutto, senza sapere esattamente il motivo.
Mi stancai moltissimo ma ero davvero felice nel vedere che, l’uomo che mi avevano indicato come in preda a profonda depressione e in stato di abbandono, insieme a me stava entrando in un nuovo momento della sua vita.
Mi stancai moltissimo ma ero davvero felice nel vedere che, l’uomo che mi avevano indicato come in preda a profonda depressione e in stato di abbandono, insieme a me stava entrando in un nuovo momento della sua vita.
Il solo fatto di essere ascoltato
da un italiano, per molti brasiliani che ho incontrato, voleva dire che
l’Europa intera lo stava ascoltando.
Il “primo mondo”, come lo
chiamano da quelle parti.
Ma in verità io avevo solo aperto
il mio cuore e avevo capito molto poco del fiume di parole del suo racconto.
Il mio portoghese non era ancora
così sviluppato, ma i miei sensi mi indicavano che ero al posto giusto e nel
momento giusto.
E in qualche altro modo, capivo
tutto.
Mi raccontò di come, quando
bambino di strada, fu aiutato da un estraneo a intraprendere la strada
dell’arte comprandogli attrezzature e materiali per il disegno, e iscrivendolo
in una scuola.
Qualcuno ebbe fiducia in lui.
Nacque un artista, che pubblicò
le sue opere e fece la sua storia, a Montevideo.
Fu anche pittore e tramandò
l’arte al proprio figlio, anche lui sostenuto fino a sviluppare il proprio
talento.
Dopo questa intervista, decisi
che potevo fare la mia parte nel dare uno slancio all’arte di Atibaia e ai suoi
artisti.
Inventai su due piedi una mostra
di 5 artisti della città, che avrei portato con me
per un’esposizione che avrei realizzato in uno spazio concesso dal Comune di Genova.
per un’esposizione che avrei realizzato in uno spazio concesso dal Comune di Genova.
Un semplice progetto, 15 opere in tutto, ma che avrebbero reso noti, almeno nella loro città, i 5 artisti in trasferta nel “primo mondo”.
La mia scelta cadde su artisti
che, completamente diversi uno dall’altro, potevano raccontare il Brasile che
avevo conosciuto fino a quel momento.
Dopo il vecchio artista ne
intervistai altri quattro, per realizzare un unico video che sarebbe stato poi
apprezzato all’esposizione a Genova.
Devo dire che le storie delle
persone, le storie vere e da loro stessi raccontate, mi incantavano
profondamente, ma non solo per la storia in sé, costruita di parole e
movimenti, ma per ciò che contenevano e soprattutto per quel bagliore che, a
volte fiebile e a volte accecante, durante la narrativa emettevano.
Era proprio quella luce,
fondamentalmente, ciò che mi attraeva, quello che di più vero scorgevo nelle
anime di chi incontravo, anche solo per pochi minuti.
Tutti abbiamo luce, chi più e chi
meno evidente, chi più costante e chi meno.
A volte la ritroviamo solo dopo
molto tempo, a volte quasi mai, ma in genere, la luce, lampeggia, a
intermittenza, senza farci sapere quando lo farà, ci illumina e poi scompare di
nuovo per un tempo ignoto, e per poi riaccendersi ancora, per ricordarci che è
in noi e per ricordarci chi siamo.
Quelle luci mi chiesero di essere
raccolte ed io, da fotografo, dovevo trovare o inventare nuovi mezzi per poterlo
fare.
Avevo paura di cambiare la mia
attrezzatura, quasi ci fosse il rischio di cambiar pelle, lavoro, identità e
chissà se fossi riuscito a guadagnarmi da vivere con un nuovo mestiere.
Allora ci pensò per me un’amica,
che mi prestò una piccola telecamera, per abituarmi, durante un viaggio che
feci in Canada, a vedere le mie fotografie in movimento.
E poi mi fu prestata, ancora da
un’amica, per il mio primo viaggio in Brasile.
E ancora mi fu regalata, da
un’altra amica, per il mio secondo viaggio in Brasile.
Meno male che avevo tante amiche.
Le ringrazio qui mille e mille
volte, per avermi indicato a quelle possibilità.
Quelle piccole telecamere
amatoriali registrarono voci e realtà in movimento, di luoghi tanto diversi
dalle mie abitudini.
Intervistarono persone, diedero
attenzione chi aveva qualcosa che fosse importante raccontare.
La diedero a un fervente giovane
cattolico, al principio della realizzazione del suo sogno.
Diedero voce a una Mae de Santos,
all’esordio nella sua carriera politica.
La diedero ad un Parroco molto amato, negli ultimi giorni di permanenza nella sua città.
La diedero ad un Parroco molto amato, negli ultimi giorni di permanenza nella sua città.
Diedero voce al vecchio artista
dimenticato, nell’ultimo periodo della sua vita.
Impossibile, si intende, riportare in queste righe tutto il vissuto di quei tempi, di questi anni, ma in questo viaggio di parole e di ricordi si attraversa e si sorvola quel panorama ricco di momenti indimenticabili, di dettagli di vita intensa, di sofferenze per scottature, di fastidi per i pidocchi e infezioni, di disturbi per le aggressioni e di gioie per gli abbracci, di entusiasmi per i successi, di splendore per la bellezza incontrata.
Insomma infiniti e infiniti
dettagli di un fiume che scorre, dove le sue acque si mischiano ad altri
torrenti e a fiumi più grandi, e si divide per riunirsi ancora e crea lagune e
cascate, vortici e paludi, e incontra alberi, animali e il vento, e accarezza
pesci, foglie, pietre e nutre altre vite, che lo nutrono a loro volta, e
continua, se lento o veloce non importa, nel suo procedere verso il Mare, la sua
meta, ma non l’ultima.
sabato 1 marzo 2014
Capitolo 14 - incontri
Capitolo 14 - incontri
Ero all’inizio di una lunga e
profonda trasformazione.
Riuscire a stare al fianco di
quell’uomo era, già di per sé, un gran travaglio di cuore che mi richiedeva
continuamente nuove sfide personali.
E non meno faticoso era svolgere
tutte le attività dell’associazione.
In genere non ho mai avuto
difficoltà nel rapporto con le persone in stato di estrema povertà e mai mi
sono sentita a disagio nei quartieri svantaggiati.
Con lo spirito del pagliaccio
riuscivo ad eseguire tutti i progetti artistici con la medesima energia libera,
allegra e in grande intesa con bambini e adulti.
Per visitare le donne cucitrici e
i loro numerosi figli, era necessario passare in mezzo alla grande discarica
Municipale della spazzatura, attraversare una nuvola di polvere e puzza,
deviare intorno a un mucchio di detriti, saltare le fogne a cielo aperto,
salvarsi da ladri o da altri pericoli, per finalmente trovare i bambini che
giocavano in mezzo agli avvoltoi, ai cani randagi e le loro madri, davanti alle
loro “case/baracche”.
Per me tutto ciò era decisamente
più facile e piacevole che affrontare una riunione con il Sindaco o partecipare
all’inaugurazione di una mostra d’arte, dove non sapevo mai come muovere le
mani e nè come fermare i miei piedi.
Ero sempre a disagio in queste
riunioni, in mezzo a vestiti da sera e a calici di vino.
Avevo un’immensa difficoltà per le relazioni sociali di un certo tipo, ma sapevo che anche queste erano necessarie allo sviluppo delle nostre attività solidali.
Avevo un’immensa difficoltà per le relazioni sociali di un certo tipo, ma sapevo che anche queste erano necessarie allo sviluppo delle nostre attività solidali.
L’associazione era fatta di
persone e per le persone, per questo avevamo tanti incontri, veramente infiniti
incontri!
Siano quelli con i responsabili
dell’Amministrazione Pubblica, Enti ed altre Strutture, siano quelle informali,
che continuamente ci capitavano.
Quell’uomo aveva una bussola
dentro di sé, che invece di indicare sempre la direzione nord, lo attirava
verso altri esseri umani.
Dentro la nostra sede appena
ristrutturata, c’era un constante viavai.
Un mosaico di svariate persone
che entravano ed uscivano: giovani teatranti volontari, qualche pittore
desolato, un vecchio scrittore italiano immigrato, i vicini curiosi, le persone
assistite da noi delle comunità che ci venivano a visitare e tutti gli artisti
e artigiani che Giuliano aveva trovato per le strade di Atibaia.
Lui percepiva e ascoltava
chiunque.
Voleva sapere la loro motivazione
e il loro sogno, e molto spesso si metteva all’azione per, in qualche modo,
rendere possibile la loro aspirazione.
Oltre quel movimento nella nostra
sede eravamo spesso ospiti a qualche pranzo, cena, merenda o semplicemente
eravamo fermati per la strada o per far parte di una riunione dentro a un bar.
Lui non rifiutava mai nessun
invito, anzi, da un incontro ne nascevano altri dieci.
E così, da un incontro con un artista visivo di grande talento che di giorno faceva il contabile, andammo a conoscere artisti in una festa popolare presso Joanopolis, la Capitale del Lupo Mannaro.
E così, da un incontro con un artista visivo di grande talento che di giorno faceva il contabile, andammo a conoscere artisti in una festa popolare presso Joanopolis, la Capitale del Lupo Mannaro.
Ormai Giuliano non usciva più
senza la sua piccola telecamera, perché stavano nascendo in lui nuovi desideri
di espressione e non voleva perdere alcuna occasione.
Durante quella festa registrò una canzone in particolare, che anni dopo avrebbe inserito nella colonna sonora del progetto: Sotto il cielo: Nuvole di Atibaia.
Durante quella festa registrò una canzone in particolare, che anni dopo avrebbe inserito nella colonna sonora del progetto: Sotto il cielo: Nuvole di Atibaia.
In quel groviglio di musicisti
con strani capelli, santi, contadini e cacche di cavallo, lui conobbe una
ceramista che, anche lei, ci invitò a pranzo e nel suo atelier, nel mezzo della
campagna.
Durante il pranzo quella
singolare famiglia mi certificò l’esistenza del Lupo Mannaro e mi diedero le
indicazioni giuste di come poterlo sconfiggere.
Seguire Giuliano mi portava a
vivere le cose di cui non mi sarei mai permessa prima.
A causa della mia timidezza, sicuramente non avrei accettato nessuno di questi inviti. E intanto diventava piacevole conoscere tante realtà e tanti nuovi punti di vista diversi.
A causa della mia timidezza, sicuramente non avrei accettato nessuno di questi inviti. E intanto diventava piacevole conoscere tante realtà e tanti nuovi punti di vista diversi.
Avevo un poco di pigrizia nel
guardare il Mondo con gli occhi degli altri, perché a volte è davvero faticoso
e spesso ci ritroviamo con il rischio di cambiare il nostro.
Insieme a quell’uomo, ormai, ero in questo vortice.
Insieme a quell’uomo, ormai, ero in questo vortice.
Non sapevo più dove andassi a
finire l’indomani, in quale realtà sociale sarei capitata e in quale casa avrei
pranzato o cenato, ma la ceramista finì per prendere parte ad una mostra d’arte
a Genova appositamente creata dalla nostra associazione per realizzare il
desiderio di artisti conosciuti durante in nostro camminare senza sosta.
Piano piano tutto questo
movimento stava cambiando anche quella mia finta timidezza, che nascondeva
sotto un’insicurezza, che a sua volta nascondeva tutt’altro che solo molto più
avanti avrei potuto scoprire.
Presto sarei stata costretta
cambiare pelle, più e più volte, come fanno i serpenti.
Però in quel momento, si avvicinava una dura prova.
Però in quel momento, si avvicinava una dura prova.
Giuliano doveva ripartire per
Genova, senza di me.
Sarei rimasta ad Atibaia da sola
e avrei dovuto gestire la sede darearte e tutti i progetti locali.
E poi avrei anche dovuto vederlo
partire…respirai a fondo.
Una parte di me voleva scomparire
dentro un buco e piangere un mare di lacrime, ma una grande maggioranza di me
votò a favore per andare avanti.
Era una grande sfida, una pietra
davanti al cammino e non sapevo se fossi stata capace di affrontarla.
Prima di tutto guardai gli
aspetti positivi: in breve sarei tornata a Genova, anch’io.
Le attività dell’associazione mi avevano portato grande visibilità e i lavori privati erano, per me, sempre abbondanti.
Le attività dell’associazione mi avevano portato grande visibilità e i lavori privati erano, per me, sempre abbondanti.
Anche se ero volontaria con
darearte, senza alcun compenso, mai mi sono mancati i soldi.
Durante la mostra di “Cartas”, fui invitata a fare illustrazioni per un libro e con questo mi sarei pagata il biglietto aereo per l’Italia.
Sarei stata la responsabile per
trasportare tutte le opere d’arte dei brasiliani, alla mostra di Genova.
La parte positiva che più mi
convinceva era che, per almeno quattro mesi, non avrei più convissuto con la
“Signora del Danubio”!
Sarei stata finalmente sola, con
la mia foresta, con la mia montagna e con la mia vita.
Ma tutti questi pensieri
luminosi, non hanno impedito alle paure di arrivare numerose.
Avrei dovuto mantenere la contabilità, curare la Sede, coordinare i volontari, andare alle riunioni, incontrare persone, organizzare progetti e realizzarli.
Avrei dovuto mantenere la contabilità, curare la Sede, coordinare i volontari, andare alle riunioni, incontrare persone, organizzare progetti e realizzarli.
Dovevo chiedere al mio pagliaccio
di farsi largo nel mio cervello affinché potesse funzionare qualche raggio di
ragionevolezza.
Dovevo persino chiedere alla
donna dentro di me di resistere al distacco da quell’uomo.
Dopo la contabilità l’aspetto più
difficile per me era quello di dover continuare tutti quegli incontri, da sola,
senza poter contare più con il talento innato di Giuliano, quello di capire
profondamente le persone e, proprio per questo, dargli un margine, un limite.
Invece io ero goffa e ancora non
sapevo come relazionarmi.
Arrossivo, inciampavo nelle
parole, ora parlavo tanto e ora mi mancavano i verbi. Quando dovevo essere
dolce mi chiudevo e quando occorreva di mettere un limite, lasciavo che le
persone invadessero la mia vita.
Mi mancava l’attenzione nel tempo
presente.
Se avevo un incontro con il
Segretario della Cultura, scrivevo su un foglio tutto quanto mi occorreva
ricordare, poi nel cammino perdevo il foglio, mi distraevo con il tramonto o
con le farfalle e arrivavo con i capelli arruffati.
Mi lasciavo travolgere dai
pettegolezzi dei funzionari e dalla costante curiosità sulla mia persona.
Alla fine riuscivo ad eseguire
sempre il mio compito, anche se in maniera approssimativa, e poi inventavo
soluzioni per rammendare tutte le falle che avevo lasciato nel cammino.
Mi sbilanciava il fatto di essere
sempre troppo in vista, presente nelle copertine dei giornali locali e, adesso,
conosciuta da tutti.
Questi riflettori su di me mi
spingevano verso ferite del mio passato che avevo mantenuto nel buio per lungo
tempo.
Quando Giuliano partì mi sedetti
e pensai di desistere.
Dato che lui se ne era andato,
sarebbe stato il momento di prendere le valigie e scappare!
Basta con gli incontri, basta i progetti, basta seguire quell’uomo così difficile, basta dover sempre scoprire qualcosa dentro di me!
Basta con gli incontri, basta i progetti, basta seguire quell’uomo così difficile, basta dover sempre scoprire qualcosa dentro di me!
Avevo tanta paura di cambiare
perché non intendevo perdere nulla.
Per fortuna, questo fu soltanto
un istante di follia e di codardia che mi sono permessa.
Nella realtà non mi fermai.
Nella realtà non mi fermai.
Presi la mia spada di zucchero
filato, il mio naso rosso e andai verso la battaglia, in mezzo alla tempesta.
Davanti a me sorgevano, ogni
giorno, nuove sfide.
E più le vincevo, più ostilità e
incomprensione mi trovavo davanti.
Sembrava che tutto questo vivere,
mi stesse spingendo verso un viaggio interiore.
Non un viaggio verso splendide spiagge in superficie, ma nella direzione di abissi oscuri e sconosciuti.
Non un viaggio verso splendide spiagge in superficie, ma nella direzione di abissi oscuri e sconosciuti.
E più scendevo verso il buio, più
in basso venivo spinta.
Sentivo che avrei provato tanto
dolore, incontrato antichi scheletri e riaperto vecchie ferite, ma solo
scavando sul fondo avrei potuto trovare i veri Tesori.
Per questo decisi instintivamente
di proseguire e di lasciarmi andare alla Vita.
Katia
domenica 23 febbraio 2014
Capitolo 13 - sotto il cielo, Nuvole
Capitolo 13 - sotto il cielo, Nuvole - parte 1
“sotto il cielo, Nuvole di
Genova” era pronto.
Le gigantografie dei sorrisi
volevano incontrare il loro pubblico.
La Pinacoteca di Atibaia non
aveva lo spazio sufficiente per un allestimento così complesso come lo avevo
progettato, ma era il più grande spazio che il Municipio potesse mettermi a
disposizione, e allora la adattai.
Il lavoro dell’allestimento fu
senza aiuto alcuno e come al solito, io e Katia, ci mettemmo al lavoro.
La sua complessità ci fece dannare
per molte ore in quei giorni di caldo afoso.
Eravamo sfiniti, completamente
sfiniti.
Sembrava dovessi mantenere una
parola data, un impegno con il mondo intero, una sfida contro la morte stessa,
ma dovevo farcela, in tempo, in quel breve lasso di tempo, ad allestire la
mostra, come meglio potevo, per il rispetto che avevo per coloro che erano
presenti nelle mie immagini.
Ricordo molto bene che quasi
svenni.
Ero semi addormentato su una
piattaforma in legno che serviva alla mostra e Katia era preoccupata seriamente
per me.
Forse pensò che fossi impazzito.
“Rinuncio.”dissi.“…non ce la faccio più…”
Stavamo andando contro corrente.
No, tutto ci era contro, anche noi stessi.
Non ho presente la reazione di
Katia, dato il mio momento confusionale, ma so che lei mai mi abbandonò.
Sarebbe stata con me se avessi
rinunciato o se avessi dato l’ultima goccia di sudore e sangue, in quelle
ultime ore notturne, prossime all’inaugurazione.
Non avevo forze e mi sentivo
svuotato.
Ma qualcosa accadde.
E mi ritrovai sulla scala, per la
milionesima volta, ad appendere l’ennesima grande immagine, pensando o dicendo,
“lo faccio per Voi.”
Continuai come non so, ma so che
fino al momento dell’apertura, stavo ancora sistemando le ultime immagini,
senza aver dormito la notte prima, perché eravamo chiusi lì dentro.
Le 80 immagini erano fissate a
due metri di altezza e facevano il giro del salone posizionate in circolo
grazie a un complicatissimo labirinto di fili invisibili.
Altre 80 piccole immagini, su una
piattaforma centrale, delle stesse persone ma ritratte a volto serio.
Un proiettore illuminava una
serie di teloni, fissati sul soffitto della sala con le immagini di nuvole in
movimento.
Musica di fondo, insieme alle
voci registrate, erano la colonna sonora, diffusa da un sistema audio in tutta
la sala.
Un sipario lo avevamo istallato
per dividere la sala espositiva da quella da una performance teatrale.
E il momento dell’inaugurazione
avvenne.
Era per me necessario che il
pubblico entrasse nello spazio riservato alle immagini, già preparato
all’incontro e avevo studiato una performance teatrale che avrebbe aiutato in
questo.
Chi oltre Katia, che aveva
seguito e vissuto tutto il processo della realizzazione del progetto, poteva
essere l’attrice?
Vestita di nero in piedi sul balcone
della reception, accolse il pubblico, che era curioso e impaziente.
La sua performance era una
ripresa di ciò che avevano raccontato i miei intervistati.
Loro erano ancora protagonisti con la loro vita, ma questa volta rappresentata in forma teatrale.
Loro erano ancora protagonisti con la loro vita, ma questa volta rappresentata in forma teatrale.
Le loro emozioni, donate al mio
microfono, venivano rielaborate per creare nuove emozioni.
Magia del Teatro.
Magia di Katia.
Il testo era basato sul filo
della vita e, l’attrice, aveva in mano un gomitolo di filo rosso.
Al termine del suo racconto, metteva
nelle mani di ogni spettatore, una parte del filo, fino a creare una catena di
persone e, continuando a dare suggestioni sulla metaforica appartenenza di quel
filo, finalmente, apriva il sipario che divideva la sala e invitava il
pubblico, unito dal filo rosso, a entrare, nella musica, tra le nuvole, e tra i
sorrisi.
Fu magico.
Questa prima esposizione di
“sotto il cielo, Nuvole” ci portò ad essere maggiormente conosciuti dalla parte
sociale più benestante della città, al punto che si può dire che questo fu
effettivamente il nostro primo biglietto da visita per un interscambio tra i
Paesi, dove la poesia voleva essere la chiave che apriva la porta, e che
l’amore doveva essere l’unico argomento di questa conversazione.
Il nostro compito non sarebbe
stato concluso, se questa mostra non l’avessero visitata anche chi non aveva
mai avuto prima accesso a certe informazioni.
Per questo chiedemmo al Comune la
possibilità di utilizzare un autobus, con il quale invitare il pubblico che
sognavamo di avere: coloro che avevamo visto crescere con noi, i ragazzi della
comunità religiosa, che si emozionarono solo all’invito, e le famiglie
coinvolte nei nostri progetti, residenti nella favela, che portarono con loro
tutti i loro figli, vestiti con il più bell’abito da festa.
Fu un onore per noi ripresentare
la performance dell’inaugurazione, dedicandola a loro.
Conclusa la parte teatrale, dopo
alcuni minuti accesi le luci per invitare i nostri cari amici ad un applauso,
rivolto a Katia.
Quell’applauso ha ancora eco
dentro di noi, perché era carico di amore e riconoscenza.
Ci guardammo negli occhi e ci
commuovemmo insieme, finalmente, per noi stessi.
sotto il cielo, Nuvole - parte
2
Un proiettore rumoroso, super-otto si chiamava, e il suo fascio di luce, piccolo perché
proiettava le sue immagini sulla vicina sponda del mio letto.
Di notte, prima di dormire e di
nascosto dai miei genitori, guardavo il mio cinema.
Erano cartoni animati, a colori.
E comiche.
Due o tre film, sempre gli
stessi, avuti chissà da chi e come, ma erano il mio cinema, per un breve
periodo di tempo.
Poi scomparvero, e anche di
questo non conosco il motivo.
La memoria è uno scrigno
difficile da aprire.
Rivela cose e altre le oscura.
Forse esiste uno scomparto
nascosto, in quello scrigno.
Forse dovremmo cercarlo.
Era prevista nel progetto “sotto
il cielo, Nuvole” la realizzazione del
ritorno a Genova, con le immagini dei sorrisi dei brasiliani.
Ma non avevo uno studio
fotografico a disposizione e allora pensai che fotografare durante
l’esposizione poteva essere un’idea.
Infatti molte furono le adesioni,
ma sentii che non dovevo stare fermo in un unico luogo.
Sempre con Katia al mio fianco,
fermai persone per la strada, nella piazza centrale della città, nei negozi,
ovunque incontrassi una possibilità di scambio.
Ripresi il sorriso di un
barbiere, nel suo negozio fatiscente, immigrato dal nord alla ricerca di una
vita dignitosa, forse mai trovata, vicino alla grande metropoli, fotografai la
proprietaria di un piccolo bar, straordinaria, viva e forte, con i seni
giganteschi per contenere il suo grande cuore, fotografai un anziano signore,
distinto, nobile, che sorrise con l’eleganza di un principe esiliato,
fotografai bambini, donne, uomini, due transessuali, uno dei quali fu pianto
pochi mesi dopo per il suo omicidio, fotografai la venditrice di oggetti di
magia nera e bianca, una signora che gentilmente si offrì per donare il suo
sorriso, anche se forse non ne aveva mai fatto uno in vita sua, fotografai
Jorge, sua madre, sua nonna e sua sorella, fotografai i nostri amici volontari,
fotografai un uomo di strada, ubriaco, che si sforzò per mostrare il meglio di
sé, fotografai il sindaco di Atibaia, che anche lui si sforzò ma non riuscì a
dare il meglio di sé, fotografai politici, bambini orfani, assessori, ragazze
madri, persone miti, violente, padri e figli, fotografai tutti coloro che
volevano esserci, spazzini, muratori, casalinghe, donne molto ricche, donne
senza nulla, tutti sorridendo, tutti donatori.
E poi andammo in una casa di
riposo per anziani.
Era l’abbandono la prima
sensazione che mi colpì, quando entrai, e la profonda solitudine, la morte, nel
suo aspetto più tetro, era presente come un’ospite fisso.
Chiesi i permessi ai responsabili
dell’Entità e invitai gli anziani ospiti a partecipare.
Alcuni di loro non erano in condizioni, ma altri furono lieti di sorridere, senza denti, senza nulla, sorrisero.
Alcuni di loro non erano in condizioni, ma altri furono lieti di sorridere, senza denti, senza nulla, sorrisero.
In quell’ospizio, tornammo
ancora, gli anni dopo, per portare la nostra energia, con clown e
intrattenimenti, ma mai più rividi le persone che quel giorno donarono il
sorriso.
Questa volta il “sotto il
cielo, Nuvole” era cambiato.
Era più aperto, senza la barriera
dell’età calibrata dalla mia precisione metodica, e furono 120 le persone che
si prestarono al progetto.
Scelsi di fermarmi a questo
numero perché sapevo che altrimenti non avrebbe avuto mai fine.
Le fotografie erano su pellicola che, una volta stampate e
convertite in file digitali, assemblai in un video, aggiungendo una musica di
sottofondo che avevo registrato in una festa folcloristica della città.
Ed ecco a voi, “sotto il
cielo, Nuvole di Atibaia”.
Atibaia lo vide in una proiezione
pubblica, e uscì anche un articolo sul giornale, e poi Katia lo portò con sé in
Francia ad un Festival dove lei, attraverso la sua arte, rappresentava la sua
città e, dopo ancora, lo mostrai a Genova, per chiudere definitivamente il
cerchio, per completare il ciclo con la risposta al sorriso, con un altro
sorriso.
80 sorrisi di Genova.
120 sorrisi di Atibaia.
E non sorridevano a me o alla
macchina fotografica.
Sorridono a Te, che stai
leggendo, ora.
Giuliano
sabato 22 febbraio 2014
Capitolo 13: Sotto il cielo, Nuvole
Capitolo 13: Sotto il cielo, Nuvole
Ad Atibaia le classi sociali
erano nettamente divise, come fossero due margini di un fiume e, questi
margini, erano due rette paralelle.
E come spiega la matematica: le
rette paralelle non si incontrano mai, soltanto all’infinito, e questo infinito
potrebbe chiamarsi arte.
Credo che nelle due mostre d’arte
che abbiamo realizzato nella Pinacoteca di Atibaia, siamo riusciti, fosse anche
per breve tempo, a far scomparire il confine che divideva le persone.
A Genova avevo visto,
oggettivamente, la trasformazione immediata della gente e dalla realtà attorno
a loro, soltanto per il fatto di lasciarsi fotografare da Giuliano.
Ero trasformata anch’io, cambiando la paura, che avevo allora, per i genovesi.
Ero trasformata anch’io, cambiando la paura, che avevo allora, per i genovesi.
Capii che la comprensione della diversità non parte del
“tollerare”, accettare o idealizzare l’altro, ma comincia sempre con un sguardo
su di sé, con la nostra capacità di ascoltarsi e di connettersi.
Quello che proponeva il progetto
: “Sotto il cielo: Nuvole” aveva questa
profondità e qualcos’altro di invisibile che non riuscii mai a capire fino in
fondo; semplicemente accadeva.
Realizzarlo a Genova o ad Atibaia
fu ugualmente straordinario.
Sono stata a fianco a quell’uomo
per tutto il suo processo creativo in entrambi i Paesi.
Mostrare i sorrisi portati da Genova fino in Brasile e poi fotografare 120 brasiliani fu davvero commovente.
Mostrare i sorrisi portati da Genova fino in Brasile e poi fotografare 120 brasiliani fu davvero commovente.
Quei sorrisi donati sono una
delle belle cose che ricorderò, un poco prima di abbandonare questa Terra,
insieme al sapore delle olive nere.
Con questo progetto iniziò
effetivamente un interscambio internazionale tra Atibaia e Genova e permise
alla nostra piccola associazione di svilupparsi più in fretta.
In breve avremmo ricevuto
l’appoggio istituzionale dell’Amministrazione Pubblica di entrambe le città.
Nonostante creassimo spesso tanta
bellezza, non posso dire che Giuliano ne fosse particolarmente felice, primo
per il suo carattere che a quel tempo era ancora molto genovese, e poi perché
non ne aveva il tempo per assaggiare ogni cosa fino in fondo.
L’associazione e i progetti crescevano velocemente ma, in pratica, continuavamo ad essere soltanto noi due, in prima linea, a tenere in piedi tutto quanto.
L’associazione e i progetti crescevano velocemente ma, in pratica, continuavamo ad essere soltanto noi due, in prima linea, a tenere in piedi tutto quanto.
Tenendo conto che il mio cervello
funzionava solo in un senso, quello visionario, a lui restava tutta la
burocrazia, la contabilità, i bilanci, gli incontri noiosi, e altro ancora.
Era una gestione faticosa, perché fatta da solo.
Era una gestione faticosa, perché fatta da solo.
Tutto quanto stava prendendo un
grande spazio nella sua vita creativa.
A volte penso che se lui fosse
stato più libero, che cosa avrebbe potuto creare?
Quell’uomo continuava ad
affermare di non voler intraprendere una relazione stabile con me.
Io ormai lo lasciavo stare.
Non rimanevo neppure triste per
le sue parole ed intenzioni, perché era chiaro che fossero solo una creazione
della sua mente.
La sua anima, invece, mi diceva
tutt’altro.
Dichiarò il suo amore senza anche
accorgersene, quando creò l’allestimento per la mia mostra personale: “Cartas” (Lettere).
Avevo portato le due “coperte
della attesa”: la prima, di quando aspettavo i giorni per andare in Italia e la
seconda era quella con la quale contavo il tempo per ritornare in Brasile.
Avevo anche scritto tutte le
lettere che non sono mai state spedite.
Tutte le parole sul tempo
trascorso in quel mondo nuovo e strano.
Lettere che era impossibile
spedire perché scrivevo a casa mia, alla mia città immaginaria.
La Pinacoteca aveva soltanto un
grande spazio completamente vuoto e bianco.
Dal nulla quell’uomo creò, per
me, un’universo onirico e aereo.
Come un ragno, lui cominciò a
tessere con centinaia di fili invisibili, dappertutto.
In questa ragnatela, appese ogni cosa e tutto sembrava fluttuare.
In questa ragnatela, appese ogni cosa e tutto sembrava fluttuare.
Sul fondo della sala appese un
grande dipinto in tessuto, una donna con il cuore in mano e in mezzo alle due
città di Paesi tanto diversi, e dal suo cuore uscivano volando, degli
uccellini.
E lui li fece volare veramente!
Li fece uscire al di fuori del
quadro.
Tutto lo spazio, fino
all’ingresso del pubblico, si riempì di uccellini.
Volavano tra la gente, tra le
lettere fluttuanti di carta trasparente, volavano tra i dipinti, tra i giorni
d’attesa delle coperte cucite.
Era esattamente così che mi ero
sentita in tutti quei giorni vissuti insieme a lui, nella sua città stregata.
Avevo l’anima appesa a un filo
invisibile, senza mai toccare per terra.
Ero stata così, sospesa in aria,
con mille uccellini che volavano fuori dal mio cuore.
Il modo in cui quell’uomo aveva curato la mia mostra, mi dimostrava che mi aveva veramente visto, che mi aveva ascoltato, capito e soprattutto che mi amava.
Il modo in cui quell’uomo aveva curato la mia mostra, mi dimostrava che mi aveva veramente visto, che mi aveva ascoltato, capito e soprattutto che mi amava.
Come Genova, lui si faceva vedere
soltanto in qualche magica occasione.
Atibaia sempre fu una città di grandi silenzi.
Nella mia infanzia ho imparato che, della nostra vita
personale, potevano solo parlare gli altri, che lo facevano a bassa voce,
clandestinamente.
Avevo imparato da piccola a
tacere sempre sulla nostra buona o cattiva sorte, su ciò che succedeva dentro
casa o dentro la nostra anima.
Finalmente, in quella mostra,
dicevo tutto ad alta voce.
Condividevo generosamente il mio
viaggio, in forma intima e sincera con chiunque.
Le mie parole e le mie immagini furono clamorosamente apprezzate, ma sempre con il solito silenzio di quel luogo.
Le mie parole e le mie immagini furono clamorosamente apprezzate, ma sempre con il solito silenzio di quel luogo.
Osservavo le persone che
conoscevo da tempo, principalmente quelle della mia famiglia, che leggevano
attentamente tutte le mie lettere, si voltavano verso di me e salutavano, senza
aggiungere nulla.
Sicuramente niente di rilevante
era cambiato in quella città, tranne me.
E in un momento da sola, mi
spaventai, quando anch’io lessi le lettere e vidi i dipinti.
Ad un tratto quella persona, che prima ero stata io, quella pazza che prese la valigia e si tuffò nell’ignoto, si era congedata da me.
Ad un tratto quella persona, che prima ero stata io, quella pazza che prese la valigia e si tuffò nell’ignoto, si era congedata da me.
Salutandomi, volò via con i
uccellini.
Ho provato nostalgia di lei ed
anche dolore per la sua scomparsa, ma ormai ero in trasformazione.
Sentivo che anche alle persone a
me vicine, questa nuova realtà nascente, procurava un grande dispiacere.
Tutti volevano che io fossi
com’ero prima, per sempre, ma la Vita prosegue in avanti e sarebbe una
sciocchezza non stare al passo.
Katia
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